giovedì 18 novembre 2010
Il Calabbrone
C’era una volta UN CALABBRONE, molto nero e poco marrone. E subito tutti giù a correggere, sento già le voci: -Non si scrive così, ma con una sola B!-
E invece no! Questo si scrive calabbrone con due BB, e non solo perché a me piace così, ma per una precisa ragione. Il calabbrone in questione aveva, infatti, due labbra enormi, gonfie come un canotto e cicciotte come quelle delle attrici di Hollywood. Non a caso era una calabbrone della Calabrifornia, un paese tra la Calabria e la California, un posto così meraviglioso che se non ci siete stati è inutile che mi sforzo di spiegarvelo.
Fatto sta che il nostro calabbrone era proprio felice, svolazzava da tutte le parti senza una ragione, si posava su un fiore e poi scappava via, accompagnato dal suo bel ronzio infastidiva chi gli pareva, entrava in una casa e si metteva a girare intorno ai capelli di una bambina. Non c’era cosa che gli piaceva di più che fare i dispetti, si divertiva come un matto ad infilarsi dentro il finestrino aperto di una macchina in corsa e gettare nel panico tutti quanti.
Con gli altri insetti poi, faceva il gradasso. Se incontrava una mosca, un’ape o peggio un moscerino non perdeva occasione per prenderli in giro, si vantava della sua corazza da guerriero, diceva a tutti che era il più forte, resistente e meglio equipaggiato per affrontare le insidie del volo. Per dimostrarlo a volte faceva il matto, si scagliava a tutta velocità contro un muro, sbatteva forte, cadeva e poi si rialzava in volo gridando scalmanato: -Provateci voi se avete coraggio!-
Insomma, il calabbrone era uno sbruffone sereno e spensierato, il re degli insetti volanti, più d’ogni altro amava volare, volava più a lungo e meglio di chiunque altro, meglio degli aeroplani, più veloce delle aquile. Minaccioso nella sua nera armatura, forte e slanciato, era il cavaliere errante dell’aria senza macchia e senza paura, paladino degli scherzi improvvisi e provocatore instancabile.
Ma la vita a volte riserva delle sorprese. Quando tutto sembrava scivolare tranquillo, liscio come l’olio su una fetta di pomodoro, ecco che arriva l’imprevisto: dovete sapere che in quel paese viveva uno scienziato, uno scienziato scrupoloso e precisino, uno di quei topini da laboratorio che segue un’idea per tutta la vita, la rincorre dappertutto finchè quella, stanca di fuggire, non si fa raggiungere e, tanto per essere lasciata in pace, svela tutti i suoi segreti.
Questo scienziato si chiamava il DOTT.GIANLUMACA, portava gli occhiali ed era lentissimo in ogni cosa che faceva. Per farsi la barba ci metteva sei ore, per leggere il giornale gli serviva una giornata intera, e quando decideva di accendere la luce ormai s’era fatto giorno.
Il Dott.Gianlumaca viveva in una speluca, beveva sambuca e aveva passato gli ultimi trent’anni della sua vita a studiare i calabroni. Li studiava, bisogna dirlo, perché li odiava. Da bambino una volta, per punirlo, la mamma lo aveva chiuso dentro lo sgabuzzino, con la luce accesa però, e in quel momento per punizione, era entrato il calabbrone. Gianlumaca piccolino, magro e anche un po’ bruttino, s’era spaventato come solo si può spaventare un bambino, e da quella volta giurò che avrebbe imparato a conoscere da vicino il suo nemico, così vicino, col microscopio, che un’aletta sembrava un aeroplano e una zampetta un palazzo di sei metri.
E più lo studiava più si convinceva che qualcosa non tornava, voleva prendersi la sua vendetta, era sicuro di avere ragione, non voleva vedere più volare un solo calabrone. Così si mise a paragonarlo con tutti gli esseri e gli oggetti volanti, identificati e non, catalitici e catatonici, con le ali le eliche e a propulsione spaziale. Con ognuno di questi confrontò il calabrone, e con le armi della scienza arrivò ad una conclusione.
Ci arrivò in un giorno come tanti, di ritorno dalla posta, senza volerlo e neanche a farlo apposta. -Non può volare!- si fermò in mezzo alla strada colto da un’ispirazione. -NON PUÓ VOLARE!!- cominciò a gridare abbracciando gli sconosciuti come un invasato, così felice che sembrava indemoniato. -Non può volare!- prese a cantare tutto intonato, chi lo guardava pensava che fosse matto come un kamikaze.
Il Dott.Gianlumaca corse di fretta al suo laboratorio, finì i suoi calcoli e scrisse una lettera all’Università, che diceva pressappoco così:
"Egregi colleghi, Dopo attenti esami e numerose analisi, considerato il peso, la forma e la dimensione, il coefficiente aerodinamico e quello che dice la televisione… Io, Professore Emerito Dottor Gianlumaca, dichiaro alla scienza un principio elementare: IL CALABRONE NON PUÓ VOLARE!"
Scandalo e sconcerto generali, la notizia finisce su tutti i giornali, ne parla il Presidente in conferenza stampa e lo conferma il Papa dalla cima di un balcone: “Hai finito di volare, amico calabrone!”
Al diretto interessato il messaggio non era ancora arrivato, ne era completamente all’oscuro, perciò continuava a volare, felice come aveva sempre fatto, spensierato e sicuro. Volava per caso quel giorno davanti alla casa dello scienziato, entrò dalla finestra per fare un po’ di casino, come piaceva a lui, senza motivo.
Il Dott.Gianlumaca lo aspettava da tempo, aspettava sia lui che quel momento, non c’era cosa al mondo che lo poteva fare più contento di dire in faccia al suo nemico che alla fine aveva vinto lui. Perciò si piazzò in mezzo alla stanza, e mentre il calabbrone gli girava intorno tutto divertito, alzò la mano a mezz’aria in segno di stop. Il calabbrone, preso di sorpresa, si bloccò. Il dottore abbassò la mano e con l’altra mostrò un attestato in carta rilegata. Indicò il contenuto e fece di no col dito:
-Leggi attentamente, c’è scritto chiaro e tondo, leggi fino in fondo e non ti perdere una parola: TU—NON—PUOI—VOLARE!- Scandì il suo verdetto con grande precisione, e si gustava la faccia sconvolta del povero calabbrone. -Come io non può volare?- rispose inebetito -IO VOLA DA SEMPRE. IO PIACE VOLARE!- -Anche a me piace giocare a palla sott’acqua in un mare di cioccolato blu, ma nella vita uno mica può fare quello che gli pare. Lo dice la scienza esatta, leggi qui: NON PUOI VOLARE!- Il Dott.Gianlumaca se la rideva sotto i baffi, le sue prove inconfutabili gli davano ragione, nessuno poteva ignorarle, nemmeno il calabbrone. -Io…? Volare…?? No…???-
Il poveretto non ci capiva più niente, si sentiva smarrito: il senso della sua vita, la scienza aveva deciso. E più ci pensava più si sentiva stanco e appesantito, le sue ali perfette gli sembravano tutto ad un tratto incapaci al loro scopo, e quella corazza così voluminosa… -Io sciocco! Io presuntuoso!- pensava, e gli girava la testa per lo sforzo di stare sospeso in aria -Chi mai messo in testa? Io inetto! Come potuto pensare io essere un superinsetto?!?
E a forza di scoraggiarsi cadde in terra come una pera dall’albero. -Volavi perchè non sapevi di non poter volare! Ora hai finito di fare il gradasso, senza la tua fiducia non sembri così saggio, ti dirò di più: sembri uno scarafaggio!- E mentre se la rideva di gusto, il dottore alzò il piedone per schiacciare il calabbrone sotto la suola della sua scarpa, quello fece appena in tempo a correre via sulle zampette, si rintanò in una fessura, triste come chi ha perso tutto e non può farci niente.
-Proprio vero- si ripeteva –Io non può volare. Poco da fare…io non può volare!- Nel giro di pochi giorni il calabbrone diventò lo zimbello del regno animale, era caduto in depressione. Persino i girini nello stagno gli giravano alla larga sghignazzando tutti in coro. Quando passava, le formiche gli facevano il verso, le più buffone tra loro facevano l’imitazione del calabbrone che prova a volare e casca come un pollo.
Insomma, un momentaccio per il calabbrone, la sua aria da sbruffone s’era trasformata in una faccia triste con espressione insicura. Tutta la sua allegria, la sua energia se n’era andata via come un ricordo buffo che ancora ti fa ridere ma non ricordi più il perché. Nascosto sotto una foglia, il calabbrone cercava di farsi vedere in giro il meno possibile, usciva solo di notte per mangiare un boccone e poi si rinchiudeva nel Bar della Larva, il regno degli insetti falliti, scocciati, ubriaconi e arrabbiati. L’unico posto dove ogni larva di qualsiasi forma, condizione, peso e dimensione poteva sfogarsi liberamente contro il destino infame. -Ma che bella farfallina- dicevano facendo il verso –A loro la gloria e a noi il lavoro sporco! Ce la vorrei proprio vedere una di quelle delicatine a scavare una tana nel legno per sei mesi!!- poi finiva sempre che qualcuno esclamava la sua sfortuna peggiore di qualsiasi altra, il succo di margherita andava alla testa e giù una rissa. Tutte le sante notti la stessa storia. Il calabbrone neanche partecipava, aveva perso interesse per tutto e se ne stava al bancone in compagnia del barista Jack il Vespone che lo guardava storto. Era un barista burbero ed anche un po’ strabico.
Una notte, all’ora di chiusura, mentre Jack già brontolava per mandare tutti a casa e gli ultimi rimasti barcollavano commossi nell’ora dello sconforto…entrò d’improvviso, sbattendo da tutte le parti, col volo più sbilenco che si possa immaginare, una vecchia conoscenza: LA ZAZÁ, zanzara ubriacona, magra come un chiodo. La zazà soffriva di un disturbo strano: mentre alle altre zanzare succhiare un po’ di sangue faceva bene, s’ingrassavano e diventavano forti, a lei dava alla testa, si ubriacava come una pazza, sbandava e diceva stupidaggini, era sempre più rinsecchita e cominciava ad essere convinta che in un’altra vita faceva l’investigatore privato.
Dopo un po’ nessuno le dava più retta, e come spesso capita quando gli altri non stanno ad ascoltare, vengono fuori le cose migliori che ci sono da dire. La zazà quella sera era particolarmente in vena, e sbatacchiò stordita fino al bancone, a fianco del calabbrone. -Serata sbagliata zazà, lascia stare…- disse quello -Qui è notte fonda se non ti dai una mossa, altro che serata!- rispose zazà sbiascicando, -tra poco viene mattina e tu hai intenzione di stare a lamentarti tutto il giorno?!?- -Facile per te che può volare!- disse il calabbrone -Puoi o non puoi…Ognuno può quel che si sente. E non si può soltanto quello che non si vuole. Vieni con me- e la zaza trascinò il calabbrone fuori dal bar. Il sole faceva timido capolino coi suoi raggi più sottili, la natura cominciava a svegliarsi rumorosa.
-Guarda là- fece la zazà –pensi ci sia un motivo per cui quella stupida larva debba diventare una farfalla?!- disse indicando una larva sbronza che faceva la corte ad un filo d’erba. -O quel coleottero, credi sia possibile sollevare ottocentocinquanta volte il proprio peso?!- il calabbrone non ci aveva mai pensato. -Nessuno qui chiede il permesso per essere quello che è- continuò la zazà –La possibilità è un lusso per gli scienziati. Fai ciò che ti viene meglio e fallo con piacere. E chi può cosa lo deciderà il caso!-
Il sole già si alzava frettoloso e un vento fresco puliva l’aria. Il calabbrone alzò il muso da terra e l’annusò, vide il cielo e si disse di sì: aveva una voglia matta di volare. Le ali risposero eccitate a quell’istinto e iniziarono a sbattere come la pale di un motore pronto al decollo, meno di un secondo e già il calabbrone ronzava via veloce come un razzo.
Prima destinazione: casa del Dott.Gianlumaca, che ronfava nel letto con gli occhiali addosso e un microscopio sotto il cuscino. Il calabbrone gli volò vicino, si posò sul suo naso e con fare dispettoso aspettò, vittorioso. Il dottore si svegliò di soprassalto, guardò in alto e lo vide lì, volare allegramente come se niente fosse. –Come ti permetti?! Ancora tu??- urlò il dottore fuori di sé –Non puoi volare senza il permesso della scienza!- -Beh…sai che c’è?- rispose il calabbrone –Vai dalla scienza a dire: grazie lo stesso, faccio da me!- Poi si voltò con grande stile, alzò il pungiglione e con un perfetto tuffo all’indietro in volo coordinato, si fiondò sul nasone dello scienziato.
Questa storia finisce così, col Dott.Gianlumaca che urla alla finestra, il calabbrone che ancora oggi vola buffone dove gli pare, la zazà che prova una cura per la disintossicazione e Jack il vespone che ha trovato una vespa ed è scappato in Turchia. C’è chi lavora, chi si lamenta e chi mangia di tutto, venite a trovarci e sarete ben accetti, in questo matto mondo d’insetti.
lunedì 15 febbraio 2010
DIARIO DA SAIGON - PART ULTIMA -
PALIMURO – SENZA TEMPO –
Mezcal.Il verme sentenzia: “finalmente ce l’hai fatta a scordare il tuo passato… Quanta vita hai faticato per non perderlo di vista!
Non c’è tempo qui, non c’è misura. Non cercare il tuo riflesso. Sono solo io: te stesso”.
Sono il verme, senza dubbio.
Mi sono bevuto, il cervello m’inganna.
Sono ovunque.
Cammino sopra l’acqua, lungo il paseo del mar: una striscia d’orizzonte azzurro in fiamme, riflessi di sole fino al rosa flamingo verso la fine del mondo.
Posso colorare il cielo di Holbox, posso rovinare tutto.
Oc non c’è più, è rimasto il cane. Mi segue, nel deserto del nord, mi guarda.
Continuo a perdere la vista: nel rosa del mare, mi volto e la vedo: una geisha, grande come la schiena di chi la indossa.
Riconosco la mano del tatuatore: Horioshi III.
I colori del kimono sfumano tiepidi sul volto devoto della dea in riposo. Non può che essere lui:
Takeshi Kitano, in piedi sulle acque, pronto ad indicarmi un cammino: “vivo qui da quando posso, non ho conti alla rovescia, sono rimasto senza fiato. Qui non serve”.
Non capisco e glielo dico. I fenicotteri, macchia rosa intorno alla fine, stendono esili le zampe verso riva. S’avvicinano colli torti pizzicando il mare. Pronti a non volare più.
Il sole albeggia e tramonta di continuo nello stesso punto infinito di luce. Un filo tirato in asse perpetuo.
Takeshi indica lontano: “vedi quel punto? Dove i colori si tuffano nella sabbia? Lì cresce l’albero sempre morto della vita. Da lì proviene ogni mia idea”.
Oc abbaia. Nel deserto tra i piccoli cactus, mi fa segno di muovere un passo, e uno solo ne basta per ritrovarmi seduto, sdraiato in piedi nudo sull’albero morto da quando esiste vita.
Non sono pazzo. Solo fuori da tempo e storia.
Ho finito i miracoli e i miei occhi non vogliono vedere più.
Piango alla morte che non so portare.
Urlo alla vita che mi possiede.
Sono finito.
È tutto finito. Fine.
FINE.
FINE.
lunedì 1 febbraio 2010
DIARIO DA SAIGON - PART 9 - LA STANZA N°15
TULUM. 18 GENNAIO 2000.
All’alba arriviamo al Mariachi. Non mi sento bene. Sento troppo. Bruno. Il figlio di Marcos. I miei morti mi perseguitano. Saigon una ferita che non smette di sanguinare, copre di rosso il Mexico. Tutta la mia vita è rossa, insensata. Oc il mio demone buono, silenzioso Maya d’un bastardo, mi usa, mi odia. Lo disprezzo.
El Mariachi è casa sua, la sua base. Tutti lo aspettano, ancora di più oggi a missione riuscita. Con un grosso carico di Maya-Cozz. Il primo ad abbracciarlo, l’unico che gli altri guardano prima di muovere un passo, è Reyes: un tipo di mexicano basso, tratti da indigeno e uno sguardo nitido che buca le apparenze. Un metro e 58 di fascino Maya ben conservato al lato del turismo. Oc lo tratta con una deferenza che non gli conosco. Di sicuro è il boss.
Mi osserva come uno che sa, e sa aspettare. Si presenta:
“Colonnello, è un onore per me. Il suo appoggio alla nostra causa è stata una benedizione. Per noi Maya non esiste che questo momento in vita, e il tempo è un cammino di riconoscimento dei fratelli in viaggio. Benvenuto fratello! Il cibo che porti in dono salverà la nostra gente”.
La banda sembra ben nutrita: sette compagni con facce da galera. Festeggiano il ritorno di Oc, bevono alla loro fortuna, bevono per bere. Oc sembra un altro: rilassato, vulnerabile. Anche io bevo, ma solo per non perdere il controllo. Non mi fido della loro esuberanza, non mi fido più e basta.
Poi per un attimo penso d’impazzire. Una visione imprendibile s’impossessa di me: arriva un taxi, Reyes s’affretta alla portiera: Nancy.
Nancy??? Il mio demone cattivo.
Un’altra Nancy, la riconosco subito soltanto da un gesto morbido della mano.
5 gennaio 1975. SAIGON. Maledetta Nancy. Ha suicidato i miei sette fratelli. Ha ucciso Bruno ed è scappata via come un giorno di noia. L’ho vista salire sulla macchina dei potenti: libera, diversa. Un’altra Nancy.
TULUM. 18 GENNAIO 2000. 17.21. Stabilimento El Mariachi.
È un’altra Nancy. Mi vede. Fa finta di non riconoscermi mentre abbraccia Reyes, il suo uomo di oggi. Ma io so chi è. Certe mancanze sanno mutare sembianza, possono vestire facce diverse, ma la sostanza no. Quella appartiene al nucleo, ai ricordi del futuro.
E io adesso non prevedo più il mio passato. Il presente, invece, mi parla fin troppo chiaro: le maya-cozz, cibo d’altri pianeti: una droga come tante. E Marcos, padre spacciatore d’illusioni, sapeva tutto, gestiva il traffico.
Dentro la stanza n° 15 si beve e balla, sono in sette. Sette bastardi più Nancy. La verità è che non c’è mai stata altra missione che controllare lo spaccio degli dei prima dell’aggancio nel 2012. Solstizio d’inverno.
Sono un verme: fottuto, parlante. Mi osservano, non gli servo più: il loro servo inconsapevole.
Eccomi qui, sorpreso a guardarmi da fuori, e il poco che vedo non merita di continuare.
Maledetta Nancy, maledetto Oc, sostenitori della mia follia. Sette fratelli morti, sette bastardi vivi.
La stanza n°15 è un’orgia di pellicani: si baciano Nancy coi becchi rivolti al cielo. Sono sicuro che se li scopa più di uno alla volta. Beviamo dalle ali spiegate in formazione. Tutte le grida…non sono un pesce! Non potete mangiarmi vivo.
Nancy mi ride negli occhi, Oc m’implora che non è vero niente, poi mi portano via, lontano:
Luci strombo, musica alta, femmine di cioccolato che agitano il culo intorno ad un palo. Mezcal.
Il verme. Io sono il verme. Devo bermi da solo. Scordarmi tutto sulla strada dell’abbandono, fino a Palimuro.
sabato 30 gennaio 2010
DIARIO DA SAIGON - PART 8 - LE MAYA COZZ
Oc non mi parla più. Oc non mi fa più fumare. Non lo capisco. Da quando abbiamo perso, a Palenque, la nostra missione ci sta separando. Parliamo di nuovo lingue diverse. Non mi fa fumare più.
12 gennaio 2000. STABILIMENTO BALNEAR ZAPATISTA “EL SALVADOR”. CHAPAS. Continuo a seguirlo ma non mi fido più. Perché mi ha portato qui? Un desolato avanzo da dopolavoro zapatista: campesinos annoiati di fronte ad un lento fiume marrone, donne appesantite da una vita di figli nati in fretta, chinate sul futuro a lavare i panni. Il figlio del sub-comandante Marcos è morto. Era qui che veniva in vacanza. Continuo a non capire. Oc mi mostra dei simboli, poi fa strani gesti di fronte ad un’immagine del sub-comandante disegnata sul muro.
Dovevamo rapirgli il figlio, e ora siamo nel suo covo. Oc è agitato, non si vuole far capire da me. Parla con un tipo, piccolo, con la faccia cattiva. Muove le mani frenetico mentre indica posti diversi, sembra confuso.
Non capisco che poche parole: maya…poi qualcosa che ha a che fare col cibo, poi forse il nome di un pueblo, poi niente. Sono sicuro che è tutta una farsa. Ma io devo trovare un senso. So che devo seguirlo.
2 gennaio 1975. SAIGON. Bruno. 26 anni soffiati via. Il doppio di 13. Torna sempre. Non riesco a dimenticarlo. Non sono arrivato in tempo e questo ha fatto la differenza. Li hanno ammazzati come cani. Povero Bruno. Perché proprio lui? Colpa di Nancy. A lei Bruno non è mai piaciuto, e lui moriva per lei. Lo ha messo contro i suoi fratelli. Lo umiliava. Se l’è preso con i suoi sorrisi e me l’ha ridato morto. Con un colpo in bocca. È stato lui a parlare.
MAHAUAL. Non mi ricordo di essere mai venuto in questo posto. 14 GENNAIO 2000. Finalmente ce l’hanno fatta a farla diventare qualcosa. Quaranta anni fa, quando mi ci spedirono per l’addestramento, Mahaual era poco meno di niente. L’esercito americano aveva creato qui un avamposto segreto per i corpi speciali dei marines.
Qui mi hanno creato come sono. Qui mi sono riconosciuto. Qui mi hanno preparato per l’inferno di Saigon. Bassa costa Maya, quasi al confine col Belize, già al tempo Mahaual era il posto ideale per non esistere più, oltre le barche dei pescatori un lembo di azzurro, aperitivo dei carabi.
Sì, mi ricordo di essere stato qui. Ma oggi è tutto diverso, è tutto pieno dove prima era solo sabbia.
Le costruzioni hanno occupato un vuoto che non riesce a farsi da parte, si sente. È quel lembo di azzurro tenace che non sopporta la materia dell’uomo, la carne grassa dei gringos. Li osservo dal bar sulla spiaggia, col binocolo: gonfi e bolsi col salvagente a riva, mentre s’inchiattano i culoni per misurarsi con la gita in canoa del tour organizzato. Patetici buzziconi a forma di $ dollaro.
Le guide mexicane fanno i gentili col loro inglese da mancia facile, e li disprezzano per quello che sono. Oc è al mio fianco. M’indica il lungo pontile in fondo alla spiaggia dove è attraccato un mostro da crociera. Un tempo da lì partivamo con lance verdi da combattimento, in ricognizione o in missione. Ci siamo insediati qui come un cancro e ora questa terra trasuda di giorno e fantasma di notte.
Oc ha ripreso a parlarmi, non m’illudo, avrà un suo scopo:
”Immagina la riunione in Francia: Club Med. Qualche testa di cazzo sta per saltare, dal mexico cattive nuove: Cancun e Playa del Carmen sono bruciate, ci sono più tour-operators che pesci nel Rife. Bisogna inventarsi qualcosa. Tulum è quasi alla frutta, vediamo un po’…ma claro! Mahaual!! I gringos ci stavano già e ora ce li rimandiamo in ciabatte, no?!? Due sassi Maya al mattino, pranzo al centro commerciale e pomeriggio libero di fare quello che non faresti neanche sotto tortura. Ma sei in vacanza…che vuoi? Sorridi!”
Inizio a sospettare che la storia di Capo Cozza, a Salina Cruz, non fosse poi così laterale. Queste cozze tornano spesso nei discorsi che Oc tiene coi peggiori del pueblo. La mia vecchia base sembra dimessa, ufficialmente lo è. Meno dimesso però è il via vai notturno di motoscafi veloci che ripartono in fretta. Caricano. Oc sa che io conosco bene il posto, niente è più casuale qui, neanche il caso. Non esigo spiegazioni. A questo punto non chiedo di meglio che fare quello che meglio so. Il colpo è facile, il bottino non m’interessa. Questo tramonto nemmeno. Neanche del sangue versato m’importa più, però almeno quello colora. Sei uomini di guardia sul pontile, carico grosso in arrivo all’alba. Oc mi spiega il piano: due bombole e molta pazienza per lui sott’acqua, io invece a fare un po’ di teatro alla base, intrattenere il boss e fare diversivo.
Ma non ne ho voglia, così mi ubriaco di mezcal.
E allora il verme:
PALIMURO – SENZA TEMPO –
E allora il verme:
“ti ricordi quante volte per mangiarmi hai mangiato i tuoi ricordi? Pensa in Maya: scarta la cozza e tienti la conchiglia”.
Mi risveglio botta in testa sopra un carro. Oc è raggiante al blu del telone mentre già sfreccia il giorno. Ai nostri piedi un carico, strani oggetti ovali avvolti in caschi di spine. Lui mi osserva guardarli. Due parole soltanto: MAYA-COZZ: il cibo del cielo, la droga delle droghe.
martedì 26 gennaio 2010
DIARIO DA SAIGON - PART 7 - RICORDI DAL FUTURO
10 GENNAIO 2000. ORE O9.01am. RUINAS DE PALENQUE: che questo sia il posto non ci sono dubbi. Dove sia esattamente la nostra vittima non è altrettanto chiaro. La fonte ci ha dato una mappa che Oc finge di comprendere più del vero; però il figlio di Marcos è qui: in una grotta, sotto una botola. Questo è sicuro. Per trovarlo abbiamo una busta di funghi freschi, una bottiglia d’acqua, 1 machete 2 coltelli e ottimismo da vendere. Almeno all’apparenza. Le prime visioni mi riconducono al 13. Ancora Bruno. Povero Bruno. Poi inizio a proseguire. E il cammino chiarisce le circostanze: ci sono cose che non vogliono essere viste. Altre invece aspettano a farsi vedere. Altre ancora le hai viste e non le vedrai più. E non esiste modo. L’aggancio qui è previsto al solstizio d’inverno del 2012. Gli intrusi non sono desiderati. Accettati sì, desiderati no. Quindi niente cazzate. Primo avviso. Non ce ne sarà un secondo. Gli eletti preservano un diritto, è giusto.
La nostra missione incontra ostacoli: molte le guardie. Arriviamo al tempio X dopo aver ucciso col pensiero ed essere morti più volte. Loro sono in tanti, potrebbero annientarci come mosche. Ma il capo sa, e ha deciso di lasciarci passare. I suoi uomini ormai ci guardano sfilare fino al nostro immancabile arrivo: la botola. Non possiamo che aprirla:…
PALIMURO – SENZA TEMPO – “Hai scordato che il futuro sarà pieno di ricordi?” – parla l’iguana, al principio del tempio X.
Poi tocca al tucano sull’albero a fianco: “Quella notte a Palimuro, nella grotta, non ricordi?” -
di seguito la tigre, sulla roccia alla destra della donna morta col 13 al centro, seconda fila: “Mi ricordi me da vecchio nel passato”. – Le stesse parole del verme.
Sono 5 file. Tenendo il 13 al centro, si ripete un sequenza di 9 a pietre a destra. Spiccano al centro roccia nera in terza fila e b/n in quinta. Tutto torna. Oc deve entrarci qualcosa, è tutto un suo brutto scherzo. Poi mi giro lo vedo, in cima al tempio. Sconvolto. Ha visto qualcosa di orribile e la sta indicando col dito. Lo raggiungo. In basso, ai nostri piedi, c’è il fallimento della nostra missione, l’unico motivo per cui siamo qui: la tomba di Carlito, il figlio del sub-comandante Marcos. Già morto. Chissà quando. Prima del tempo. L’immagine è raccapricciante: una piccola testa bianca, con un sorriso isterico strappato alla vita. Il feretro copre il corpo tozzo privo di gambe e braccia. Lo hanno ridotto così.
giovedì 21 gennaio 2010
DIARIO DA SAIGON - PART 5 - ZAPATERIE
La buffonata alla baia dei porci è stato troppo per tutti.
Castro a questo punto dovrebbe sapere anche quante volte andiamo a pisciare. Ci sono più spie che campesinos qui, e i comunisti ormai ci guardano come si guarda un cretino.
Il colonnello Burz al tempo è un giovane e convinto Capitano cretino.
Ieri è stata la più brutta giornata della mia vita: i corpi trivellati dei compagni cadevano come birilli sulla spiaggia sotto il fuoco nemico. Io dall’alto li ho visti cadere tutti, mentre con un vecchio B-26 del ’43 cercavo di allargare quel dannato cul de sac, di coprire a colpi di mitraglia la ritirata più disperata mai vista in terra.
Allen Dulles per me è stato come un padre. Mio padre militare. Lui mi ha insegnato il pensiero laterale: il complotto come strumento di disciplina.
Lui mi ha voluto qui per assistere la sua disfatta.
Ho smesso di contare le volte che mi ha salvato la vita più o meno alla nascita del suo quarto figlio: Bruno.
La mamma, Maria Sabina, per sette volte ha cucito scarpine rosa col sogno di crescersi un’amica in casa, per farsi dare una mano, per avere una volta una complice. Sette volte in vano. Sette figli maschi, addestrati ad un destino già scritto. I miei ragazzi. E io non sono riuscito a salvarli.
7 Gennaio 2000. San Cristobal de las Casas. Ore 21.13. Posada Cortomaltese. Siamo appena arrivati. Oc conosce bene il proprietario, un vecchio comunista italiano: Fabio.
Sono anni che traffica armi per i ribelli usando le amache come copertura. Potenza del libero scambio! Oggi lo trovate anche su internet… Arrivato in Chapas sulle tracce di un sogno condiviso, infranto il 31 dicembre del 1993, quando l’esercito regolare messicano decise che il gioco era durato troppo.
A San Cristobal quel capodanno se lo ricordano bene. Quando parliamo di queste cose Oc s’incazza come una bestia, dice che continuano a pigliarci per il culo: nel 1992 in Messico esplose la più grave crisi economica del secolo. C’era bisogno di un diversivo, di un nemico comune da operetta per distogliere l’attenzione. E d’un tratto spuntano fuori un nome, un passamontagna e un esercito di poveracci pronti a dare la vita per colpa di una mese nero a Wall Street.
A Oc tutto questo non va giù. Dice che Marcos se n’è accorto troppo tardi. È stato un burattino travestito da burattinaio: i suoi accordi iniziali col governo hanno compromesso tutto in modo irreparabile. E ora San Cristobal è diventata la mecca del turista-comunista, in cerca di qualche buon selvaggio con cui farsi fotografare.
I pochi veri combattenti rimasti, in fuga o in transito, passano tutti da qui.
In cucina c’è Ciccio che sta cucinando. Checca, la sua donna, legge un libro di Trotzkj con un gatto appallottolato sulle gambe. Sono due cuochi guerriglieri, da anni vanno in giro per il mondo a dare cibo ai più rabbiosi tra gli affamati.
17 aprile 1961. L’HAVANA. ISLA DE CUBA. 19.17. Sette fratelli. Tra meno di un’ora i miei sette figli. Sette fratelli orfani.
Allen Dulles, uno degli uomini più corrotti della storia, un visionario della finanza creativa, un padre per me, sta per morire insieme alla moglie Maria in un attentato. Per mano amica, almeno fino a ieri. Tra i servizi, i russi, i nazisti e la massoneria c’è solo da tirare a sorte fra quanti lo volevano morto.
Sette orfani. Sette soldati. Sette vite di cui prendermi cura. La mia guardia personale. E io non sono riuscito a salvarli.
Prima di indicarci la via per Palenque, meta della nostra missione, dice che domani dobbiamo andare a S.Juan Chamula. Per purificarci, con una pepsi e una gallina da offrire in sacrificio.
lunedì 18 gennaio 2010
DIARIO DA SAIGON - PART 4 - SALINA CRUZ
SALINA CRUZ. 6 GENNAIO 2000. Quei baffi continuano a parlarmi in una lingua che non capisco. L’uomo alto che ci sta dietro sembra sempre meno minaccioso. Passa mezz’ora a spiegarmi a gesti mappe di posti che non so, piene di simboli e numeri.
Poi si accende una pipa e me la passa, faccio un tiro veloce, e da lì in poi la lingua è la stessa:
“Hai mai sentito parlare dei Curanderos? Bhè…è fumando pipe come questa che i curanderos riescono a risolvere i problemi della gente, inclusi quelli di comprensione. Questo che stiamo parlando è antico dialetto Maya”.
Sul momento pensai che fosse un gioco di prestigio, poi le visioni cominciarono a fluire da sole: numeri, calendari astrali, strani segni a rappresentare i volti oblunghi delle divinità del tempo.
Lo sconosciuto si presenta: si chiama Oc (antico nome del Dio Cane), è un curandero di dodicesima generazione, zapatista vero. Alto, incazzato e con una missione da compiere. E un gran paio di baffi.
La sua destinazione è Palenque, nel cuore del Chapas, regno incontrastato del sub-comandante Marcos, lo sanno tutti. Sapeva benissimo che io ero qui, e il verme di Oaxaca non era altri che un suo messaggero. Era qui che voleva condurmi, e Nancy per un po’ aveva fatto parte dei suoi piani.
Aveva bisogno di me per portare a termine la missione di una vita: rapire il figlio per destituire il padre: Marcos, a suo dire un fantoccio messo lì dal governo per coprire altri interessi, di sicuro non quelli della sua gente.
SAIGON. 13 MARZO 1974. Nancy tiene già tutti e sette i fratelli per le palle. Puttana. Sono convinto che se li scopa più di uno alla volta. Loro sono i miei ragazzi e lei me li sta portando via, fanno sempre peggio il loro lavoro ed hanno preso ad infrangere le mie prime due regole: 1) niente droga tra i miei uomini; 2) nessuna cazzata con la droga.
A Nancy piace la coca, era normale che finisse così.
SALINA CRUZ. 6 GENNAIO 2000. 23.35. Il viaggio verso il Chapas prevede una tappa in questa città di merda. Solo una notte da passare in questo squallido porto industriale, crocevia delle peggiori facce mai viste in Mexico.
Oc scambia poche parole con una di queste davanti ad un chiosco, poi decide di fermarsi per mangiare, dice che il tipo gli ha indicato un posto. A me è sembrato un informatore. E infatti, in pochi minuti, quella che sembrava una sosta obbligata, si rivela essere parte della missione.
C’era da uccidere un uomo, un contrabbandiere di cozze molto pericoloso.
Capo Cozza era il suo nome, e gli piaceva il cazzo. A lui e a tutta la sua banda. Loschi froci persi.
Questa checca malefica sfruttava col suo traffico migliaia d’indigeni, costretti a versare sangue dai piedi sulle sue cozze del cazzo. Secondo il mio compagno curandero zapatista meritava di morire, e io in questi casi di solito non ho niente da obiettare.
Nella sala privata del ristorante si stava svolgendo la festa di Capo Cozza. Non c’era cosa che gli piacesse di più che organizzare questi party per culi pelosi. I drink vengono serviti da camerieri muscolosi che girano nudi con dei vassoi in mano. Vassoi di cozze.
Cinque guardie del corpo da eliminare per arrivare a lui, seduto al tavolo nel centro della sala. Un grande tavolo quadrato, un cubo ad ogni angolo sopra cui ballano quattro cazzi belli tosti. Montagne di cozze davanti. Che schifo. Una cozza e un tiro al cazzo e via così…a dire il vero, scene di uno squallore indefinibile.
Io e Oc siamo professionisti: veloci, determinati e precisi. Io mi prendo in cura le guardie del corpo: la beretta silenziata del Colonnello Burz non fallisce un colpo. I corpi cadono senza rumore.
Oc il curandero spicca un salto furioso da tigre, lo agguanta da dietro, afferra il guscio di una cozza e, con lo strumento del suo successo, lo sgozza.


















